Un viaggio tra i sapori dell’imprenditoria migrante

Creare ricchezza si può. Lo racconta la vicenda di Hamed Ahmadi, regista e rifugiato politico afghano e lo confermano i dati del Rapporto immigrazione e Imprenditoria 2016 del Centro studi Idos, con Cna e MoneyGram

Hamed Ahmadi, nel ristorante Orient Experienc II di Venezia. (Foto Repubblica)


Scegliere un punto da cui iniziare a raccontare la storia di Hamed Ahmadi non è semplice: le calli veneziane si intrecciano in modo inestricabile a strade che fuggono dall’Afghanistan, dall’Iraq e dall’Iran. E ancora dalla Somalia, dalla Nigeria e dal Ghana, passando per Lampedusa. Non resta quindi che rovesciare il racconto e partire dalla fine, dalla Venezia ancora poco turistica di Rio Terà Farsetti, numero 1847.

È qui che nel 2011 Hamed Ahmadi e il suo socio connazionale Alì Khan Qalandari inaugurano Orient Experience I. Si tratta di un piccolo ristorante etnico che fa della voglia e della necessità di raccontarsi i suoi ingredienti vincenti. Piatto dopo piatto, in una commistione di culture e tradizioni, Hamed e i suoi attuali soci narrano le diverse strade che li hanno portati in Italia. Ogni pietanza è infatti il risultato dei gusti e dei profumi delle loro terre, mescolati a quelli incontrati lungo il cammino, spiega Hadi in un’intervista a la Repubblica, e prosegue: “Da noi si dice: “se dici qualcosa con il cuore va a posarsi nel cuore”. Qui è andata così, abbiamo raccontato le nostre storie e ci hanno ascoltato”.

L’interno del ristorante Africa Experience di Venezia (Foto africaexperience.eu)

Il successo di Orient Experience è immediato e consente ad Hamed Ahmadi di espandere la sua attività inaugurando nel 2013 Orient Experience II in Campo Santa Margherita, tra i cui soci figurano oggi anche Mohammad Dalas, Ali Rezai (ex minore straniero non accompagnato assunto inizialmente come dipendente della società) e Yousaf Marufkhel (ex richiedente asilo SPRAR inserito inizialmente come tirocinante). La formula non cambia e il successo continua, tanto che nel 2016 Hamed Ahmadi, Hadi Noori, Mandana Nadimi e Samah Hassan El Feky decidono di aprire un terzo locale. Questa volta il progetto si spinge ancora più lontano: i piatti vogliono raccontare le rotte dei migranti provenienti dall’Africa, i suoi profumi speziati e i suoi colori accesi. Nasce così Africa Experience in Calle Lunga San Barnaba, il cui staff accoglie, attraverso una campagna di tirocini programmati, alcuni richiedenti asilo africani ospitati nei centri di accoglienza della zona. Lo stesso nel frattempo avviene anche negli Orient Experience, rivelando che l’intera attività di Hamed è un nobile esempio di economia che fa dell’inclusività uno dei suoi obiettivi principali e la sua ricchezza.

Lo staff del ristorante Africa Experience di Venezia (Foto africaexperience.eu)

Interessante è anche il modo in cui gli chef dell’Africa Experience sono selezionati: ciò avviene attraverso il Concorso Refugees Masterchef, quest’anno alla quarta edizione. Si tratta di un concorso che del programma tv rielabora non solo il nome ma anche il format: sono infatti gli studenti e i professori dell’istituto alberghiero Barbarigo di Venezia a fare da giuria ai piatti migliori tra quelli proposti dagli aspiranti cuochi. È così che nella cucina di Africa Experience troviamo Alganesh Tadese Gebrehiwot dell’Etiopia, Muhammed Sow della Guinea ed Efe Agbontaen della Nigeria e nel menù piatti tradizionali della loro cultura.

I casi degli Orient Experience e dell’Africa Experience realizzano in questo modo un doppio risultato. Si rivelano da un lato un ottimo esperimento d’integrazione che si ispira a un principio ben riassunto dalle parole del documentario Behind Venice Luxury – un Hazara in Italia di Amin Wahidi: “Chi conosce il motivo della tua presenza? Nessuno sa che sei fuggito dalla guerra, da discriminazioni, da massacri. […] Nessuno conosce il peso che porti per questo ad un certo punto devi aprirti e raccontare ciò che finora hai tenuto solo per te.” Apertura e ascolto come due aspetti complementari e necessari dell’integrazione quindi, ma non solo: c’è nell’esperienza di Hamed Hamadi anche la consapevolezza che l’integrazione non può prescindere da un’economia che si fa inclusiva.

Hamed e Alì insieme nell’Orient Experience II (Foto munchies.vice.com)

Dall’ altro lato, la sua idea si dimostra una proposta imprenditoriale vincente. “Tutti mi dicevano di lasciare stare” racconta Hamed a la Repubblica “Dicevano che a Venezia non c’è mercato per queste cose, che i veneziani, troppo orgogliosi del loro cibo, sono razzisti verso cibi “diversi”. Ma ci abbiamo provato comunque. E oggi l’80% della clientela è veneziana”. Ha fatto le scelte giuste Hamed, dando vita a una delle tante imprese venete che è, allo stesso tempo, anche una delle 550mila aziende con titolare straniero che il Centro Studi Idos, il Cna e il MoneyGram registrano nel “Rapporto immigrazione e imprenditoria 2016”. Si tratta di imprese che nel loro complesso sono capaci di produrre 96 miliardi di euro di valore aggiunto, in sostanza il 6,7% della ricchezza complessiva dell’Italia. Tasse e posti di lavoro ma non solo, secondo i ricercatori Idos “nell’attuale congiuntura di crisi, l’accentuata vitalità imprenditoriale dei lavorati immigrati ha contribuito in modo rilevante ad attenuare il progressivo assottigliamento della base imprenditoriale del Paese”. E, se anche la strada sul fronte dell’innovazione è lunga, c’è da apprezzare il dinamismo di questi imprenditori che, secondo le parole del presidente Idos, “non si sono lasciati scoraggiare dall’inflazione, dalle norme e dalle disposizioni applicative, dalla burocrazia eccessiva, dal credito difficoltoso e da altri molteplici fattori frenanti. Ora si tratta di valorizzare tutto questo apporto”.

Un invito quest’ultimo che non deve essere sottovaluto. Pena la perdita di ricchezza, in senso stretto quella economica, legata al Pil; in senso ampio quella umana che l’incontro tra culture diverse può regalare, meglio se davanti a un piatto di roz, riso, o di zigninì, spezzatino.